Librino, il progetto che è rimasto soltanto un sogno

Cosa non ha funzionato nella pianificazione della New Town di Catania: dall’idea originale di Kenzo Tange al degrado attuale

Quartiere Librino di Catania
Simone Ricci Giornalista autore articoli Archweb

Articolo di

Categoria

Urbanistica

Pubblicato il

07 Agosto 2026

Se il 1954 fu caratterizzato, a livello cinematografico, da una pellicola ancora oggi iconica come “Un americano a Roma”, negli anni Settanta ci sarebbe stato il pretesto per un film dal titolo simile: “Un giapponese a Catania”. Era infatti di nazionalità nipponica Kenzo Tange, architetto e urbanista che mezzo secolo fa fece sognare la città etnea con un progetto a dir poco ambizioso. Quello di Librino rappresenta molto più di una semplice operazione urbanistica, l’obiettivo era quello di creare una “città nella città” capace di ospitare più di 60mila persone e di offrire una qualità architettonica di primissimo livello. In concreto, però, bisogna parlare oggi di una vera e propria utopia, se non di un fallimento completo. Che cosa è andato storto e perché ancora oggi è necessario annunciare progetti di riqualificazione per Librino? 

Premesse più che promettenti

Diritto alla casa e uguaglianza: sono questi i due perni del Piano Regolatore Generale del 1964, in cui si fa riferimento appunto a Librino come a una sorta di insediamento autosufficiente in cui ogni spazio sarebbe stato progettato per far nascere un nuovo modo di abitare. Niente di nuovo rispetto ad altri progetti utopici già messi nero su bianco nei secoli precedenti (in Italia e all’estero) ma con l’ambizione di risolvere un problema che negli anni Sessanta del secolo scorso attanagliava Catania: la scelta di collocare questo quartiere a ridosso della zona industriale significava anche e soprattutto gestire l’espansione cittadina verso Nord, ritenuta da più parti come eccessivamente caotica.

Leggere oggi la descrizione iniziale di Librino fa pensare forse a un pizzico di ingenuità: la città autosufficiente sarebbe stata dotata di una università propria, un ospedale, centri commerciali e persino una strada che avrebbe condotto gli abitanti senza problemi e in poco tempo fino a Catania. 

Quartiere Librino a Catania, progettato dall'architetto giapponese Kenzo Tange.
Immagine del Masterplan di Kenzo Tange tratta dal sito web di G124, gruppo di lavoro del senatore Renzo Piano (https://renzopianog124.com/)

Cosa prevedeva esattamente il piano regolatore? L’area a disposizione per far nascere il quartiere ammontava a 420 ettari che fino a quel momento avevano come tratto dominante agrumeti e vigneti. Tange, poi, aveva dato disposizioni ben precise: il quartiere avrebbe dovuto contare su 10 nuclei abitativi, ognuno dei quali capace di ospitare 7mila persone, con tanto di scuole, uffici, centri sanitari e attività produttive per ogni nucleo. In poche parole si trattava di un insieme di borghi, autonomi l’uno dall’altro, definiti a livello perimetrale da un doppio anello di strade. L’architetto giapponese avrebbe voluto però molto di più: Librino doveva avere come fiore all’occhiello un centro funzionale con teatro, museo e centro congressi all’interno, per non parlare delle piste per biciclette, gli attraversamenti pedonali sopraelevati e persino un lago artificiale per praticare gli sport acquatici. 

La realtà (amara) dei fatti

Librino non ha rappresentato tutto questo, anzi si è sviluppato in maniera completamente diversa rispetto al sogno iniziale. Agli edifici costruiti dalle cooperative seguendo le linee guida di Tange sono subentrati palazzoni anonimi, case popolari ed edifici progressivamente in stato di abbandono, senza dimenticare l’abusivismo edilizio. Eppure la partenza del progetto si poteva definire promettente. Furono costruite due scuole, recuperate masserie storiche e completate le opere di urbanizzazione primaria, ma tutto il resto è rimasto soltanto sulla carta.

Sbagli che hanno inciso

Gli errori sono stati diversi, ovviamente emersi a mente fredda. In particolare, lo sbaglio principale a livello architettonico è stato quello di puntare su una zona di Catania dalle caratteristiche non adeguate. Librino è infatti sorto in un’area della città etnea non particolarmente gradita dal punto di vista climatico perché eccessivamente calda, lontana dal mare e non adatta a un insediamento abitativo di livello. Fin da subito è quindi diventato il luogo perfetto, come già ricordato, per le abitazioni popolari ma soprattutto per la speculazione edilizia.

Uno degli scorci del quartiere Librino a Catania con i palazzoni in primo piano


Foto tratta dal sito web di G124, gruppo di lavoro del senatore Renzo Piano.(https://renzopianog124.com/)

Come se non bastasse tutto questo, ci si accorse troppo tardi che la zona prescelta risentiva di un problema importante di inquinamento acustico. In poche parole il traffico aereo era intensificato dai decolli e dagli atterraggi del vicino aeroporto di Fontanarossa. Un quartiere promettente ha finito nel tempo per dare sempre più spazio alla criminalità diffusa, tra spaccio di droga e traffico illegale di armi. 


L’emblema di questa trasformazione in negativo è il cosiddetto “Palazzo di Cemento”, la cui storia architettonica fa in parte intuire perché questo progetto abbia fallito. L’edificio in questione è diventato il covo della criminalità organizzata, nonostante ci sia mossi fin dal 1981 per realizzare una struttura in grado di ospitare più di un’attività commerciale. Dopo l’appalto e l’affidamento dei lavori di progettazione a due noti architetti, Giuseppe Samonà e Giacomo Leone, l’iter fu semplice. Si pensò di destinare i primi due piani del palazzo alle già citate attività commerciali, il piano ammezzato e il primo piano agli uffici e gli altri 12 piani agli alloggi. Questi ultimi erano tutti da assegnare in base a una graduatoria pubblica ben precisa. 

Spesso l’architettura è fatta anche di misteri e uno di questi riguarda proprio il “Palazzo di Cemento”. Nel 1984, appena tre anni dopo l’avvio dei lavori, si interruppe qualsiasi attività nonostante l’edificio fosse praticamente completo. Forse non è un caso, però, che in quello stesso anno il titolare della ditta vincitrice dell’appalto ricevesse un rinvio a giudizio. Il motivo era legato a una serie di scandali legati proprio alla gara.

Una nuova procedura

La conseguenza fu una seconda procedura per l’assegnazione, nel 1986, con una società nuova di zecca. Tutto risolto? Neanche per sogno. Appena dodici mesi dopo ci fu il varo di una nuova legge antincendio che stabilì come il palazzo non fosse a norma. Di conseguenza il certificato di prevenzione roghi fu negato senza troppi complimenti. Si ritenne che i lavori di adeguamento fossero troppo costosi e la consegna finale non avvenne mai. Nel 1992, poi, ci pensò l’occupazione abusiva dell’edificio a dare la mazzata definitiva al progetto. Nonostante lo sgombero delle famiglie nel 2011, non c’è mai stata una autentica iniziativa di recupero. Tutto questo a testimonianza del degrado e dell’abbandono che hanno riguardato il quartiere. 

I residenti non si sono però mai arresi, come testimoniato dalle iniziative promosse per la riqualificazione. Si va dalla street art alla creazione di strutture per i più giovani, senza dimenticare le esposizioni artistiche. Iniziative lodevoli ma che, o almeno è questa l’impressione, non restituiranno mai ai catanesi neanche l’1% di quella New Town che tra gli anni Sessanta e Settanta aveva fatto sperare nella nascita di un modello architettonico (e non solo) da cui tutta Italia avrebbe potuto prendere ispirazione. 

Il masterplan delle opportunità. Un progetto concreto dopo l’utopia di Kenzo Tange. Immagine tratta dal sito web di G124, gruppo di lavoro del senatore Renzo Piano (https://renzopianog124.com/)

La foto di copertina è un’immagine aerea di Google Maps. Abbiamo inserito la perimetrazione del quartiere Librino prevista da Kenzo Tange.

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