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Palazzina in Via Luciani di Venturino Ventura

Un laboratorio dell’abitare moderno

La palazzina in via Luigi Luciani 45, realizzata da Venturino Ventura tra il 1957 e il 1959 nel quartiere Pinciano a Roma, si inserisce nel clima della sperimentazione residenziale della Roma del dopoguerra, quando il tipo edilizio della palazzina diventa terreno privilegiato per ricerche formali e distributive. In questo contesto, l’edificio si presenta fin dall’impianto come un organismo attentamente radicato nel suolo, delimitato da un muro in pietra che non è soltanto elemento di recinzione ma, piuttosto, un vero e proprio basamento, capace di assorbire il dislivello del terreno e di costituire il primo livello compositivo dell’opera.

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Un organismo compatto, una struttura espressiva

A partire da questo attacco a terra, l’edificio si sviluppa in elevazione con una configurazione relativamente compatta – quattro piani più attico – ma articolata attraverso un linguaggio materico e strutturale molto preciso, dove il laterizio faccia a vista dialoga con inserti in calcestruzzo, costruendo una trama che alterna continuità e discontinuità. Tuttavia, è soprattutto nel fronte nord che l’architettura rivela il suo carattere più sperimentale: qui la struttura si estroflette in modo evidente, attraverso travi a “V” che si protendono verso l’esterno sostenendo volumi sospesi, quasi a sfidare l’equilibrio statico e a trasformare la facciata in un dispositivo tridimensionale.

Tra architettura e natura: la facciata verde

Allo stesso tempo, Ventura introduce un sistema leggero di telai e tiranti bianchi che si agganciano al bordo dei balconi e sostengono piante rampicanti, configurando una vera e propria facciata verde. In questo modo, l’involucro edilizio perde la sua compattezza tradizionale e si trasforma in una soglia permeabile, dove la vegetazione diventa parte integrante del progetto, filtrando la luce e schermando gli ambienti interni completamente vetrati.

Lo spazio intermedio come luogo abitato

Ne deriva un’architettura in cui interno ed esterno tendono a fondersi: i telai strutturali, concepiti come sistemi reticolari indipendenti ma ancorati alla struttura principale, costruiscono infatti spazi intermedi, quasi “stanze senza soffitto”, in cui la dimensione abitativa si espande oltre il limite murario. Questa soluzione, che richiama suggestioni neoplastiche e una certa sensibilità organica, traduce in forma costruita una ricerca più ampia tipica dell’opera di Ventura, orientata a dissolvere la rigidità della scatola edilizia e a instaurare un rapporto continuo tra architettura, luce e natura.

Un’opera come ricerca sull’abitare

Infine, la palazzina mantiene ancora oggi la sua destinazione residenziale, confermando la coerenza tra concezione originaria e uso attuale, e si presenta come un esempio significativo di quella stagione dell’architettura romana in cui la scala domestica diventa laboratorio di invenzione formale e spaziale, capace di coniugare sperimentazione strutturale e qualità dell’abitare.

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