Percezione del paesaggio in architettura
Camminare, osservare, progettare
Il paesaggio in architettura è un campo operativo che si costruisce attraverso la percezione. Ciò che chiamiamo paesaggio emerge dall’intreccio tra forma fisica (topografia, vegetazione, tessuti edificati, vuoti, infrastrutture), condizioni atmosferiche e luce, usi e tempi d’attraversamento, memorie e aspettative di chi lo vive.
Per il progettista, quindi, percepire significa già misurare: individuare gerarchie, riconoscere continuità e fratture, capire dove un luogo “invita” a muoversi o a fermarsi, dove orienta o disorienta.
La chiave sta nel trasformare “il camminare” e “l’osservare” in reali strumenti di progetto, passando dalla lettura sequenziale dell’esperienza spaziale alla costruzione di scelte formali coerenti e verificabili.
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Vivere il paesaggio come strumento di rilievo percettivo
Il sopralluogo “in movimento” produce dati che un rilievo statico difficilmente restituisce: compressioni e dilatazioni del campo visivo, variazioni di quota percepite come fatica o leggerezza, soglie acustiche, cambi di microclima, alternanza di ombra e abbagliamento, rapporto fra distanza e dettaglio.
Occorre partire da un presupposto fondamentale, ovvero che il progetto viene vissuto nel tempo e lungo traiettorie: il percorso è una sezione dinamica.
In questo quadro si inserisce il concetto di promenade architecturale, associato a Le Corbusier, che pone l’itinerario al centro della lettura e della costruzione dello spazio. L’architettura si comprende attraverso una sequenza di viste e passaggi, non in un unico colpo d’occhio.
Operativamente, durante la camminata si registrano “punti evento” (svolte, varchi, cambi di pendenza, attraversamenti), e per ciascuno di questi si annotano direzioni dominanti, quinte, aperture, linee di fuga, presenza di landmark, qualità del suolo (aderenza, ritmo, discontinuità), e tempi medi di percorrenza.
Queste note diventano un dataset progettuale: la base per decidere dove introdurre un filtro, un belvedere, un taglio visivo, una pausa o, al contrario, un tratto “di trasferimento” privo di attrazioni.
Serialità dello sguardo: progettare per inquadrature e transizioni
Quando ci muoviamo, la percezione procede per montaggi successivi: apparizioni, occlusioni, rivelazioni.
La tradizione del townscape (e in particolare la “serial vision” resa celebre da Gordon Cullen) offre un lessico utile per descrivere questa cinematica dello spazio urbano e paesaggistico: non solo composizione tridimensionale, ma composizione nel tempo, governata da soglie, cambi di direzione, “sorprese” e chiusure.
In pratica, la serial vision può essere tradotta in una serie di schemi:
- Piani di occlusione (quinte vegetali, muri, dislivelli) che regolano quando e come si svela una vista;
- Punti di culminazione (aperture su un vuoto, su un fronte notevole, su una linea d’acqua);
- Soglie (portici, ponti, cambi di materiale, restringimenti) che segnalano un passaggio di “ambiente”.
Progettare con questo approccio significa disegnare sequenze, non solo oggetti: architettura e paesaggio vengono concepiti come sistemi dinamici, verificabili nella loro coerenza tra masterplan, prospettive e uso quotidiano.
Leggibilità e orientamento: mappa mentale come criterio
Se il paesaggio dev’essere abitabile, deve anche essere interpretabile. Kevin Lynch ha reso operativa quest’idea introducendo il tema dell’imageability ed una tassonomia di elementi che strutturano la percezione urbana: percorsi, margini, quartieri, nodi, riferimenti.
Questa lettura consente al progettista di intervenire in modo mirato, rafforzando orientamento e riconoscibilità senza ricorrere a segnaletica invasiva o eccessi formali.
Applicata al paesaggio architettonico – urbano, periurbano o territoriale – la tassonomia di Lynch diventa uno strumento operativo:
- I percorsi non sono solo infrastrutture viarie, ma tutte le linee di attraversamento reali e percepite, dai sentieri ai filari, dagli allineamenti agli assi visivi;
- I margini sono discontinuità leggibili – scarpate, muri, argini, cambi netti di tessitura – che definiscono campi e soglie;
- I nodi coincidono con punti di scelta o di intensità spaziale, come incroci, slarghi, accessi, dove è opportuno concentrare qualità e riconoscibilità;
- I landmark agiscono per contrasto e unicità, e diventano riferimenti stabili nel tempo: emergenze vegetali, torri, volumi speciali, elementi artistici.
L’errore ricorrente è introdurre complessità formale dove sarebbe invece necessaria chiarezza strutturale. La logica della “mappa mentale” suggerisce l’opposto: costruire gerarchie semplici, rendere leggibili le transizioni e permettere allo spazio di orientare chi lo attraversa attraverso la sua stessa forma.

Affordance e progetto: ciò che lo spazio “fa capire”
Un ambiente non comunica soltanto attraverso segni o simboli: comunica perché la sua configurazione fisica suggerisce comportamenti possibili.
James J. Gibson ha definito affordances le opportunità d’azione che l’ambiente offre a chi lo attraversa, mettendo in relazione diretta percezione e comportamento.
Nel rapporto tra architettura e paesaggio, questo principio diventa operativo: la forma costruita deve rendere immediatamente comprensibili usi, limiti e possibilità attraverso geometria, materiali, pendenze, appoggi, bordi e altezze, senza bisogno di mediazioni esterne.
Una seduta efficace, ad esempio, non è soltanto un oggetto, ma una combinazione di quota, profondità, temperatura superficiale, protezione e vista. Un percorso leggibile non è una semplice linea, ma una struttura continua di suolo, drenaggio, ritmo e tolleranza all’uso reale. Una soglia funziona quando introduce un cambiamento netto di luce, texture, suono o scala, segnalando l’ingresso in un altro ambiente.
Tale approccio consente di ridurre la distanza tra disegno e uso: la forma diventa istruzione implicita e guida il comportamento senza imporlo.
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Dall’esperienza al disegno: sensi, tempo e orizzontalità
La teoria architettonica contemporanea ha mostrato come l’esperienza dello spazio non dipenda solo dalla percezione visiva, ma coinvolga l’intero corpo: tatto, suono, odori, equilibrio, ritmo del passo.
Juhani Pallasmaa, in particolare, ha criticato l’eccesso di centralità dello sguardo, richiamando l’architettura alla costruzione di atmosfere fondate su materia, dettaglio e scala umana: il paesaggio viene compreso attraverso il corpo che lo attraversa, non solo attraverso l’immagine.
Progettare in tale ambito implica strutturare il lavoro su più livelli leggibili e operativi. Un metodo efficace può articolarsi in tre “strati” compatibili con i normali flussi di lavoro CAD e BIM:
- Strato percettivo: analisi delle viste, dei coni visuali, delle ombre, dei punti di sosta e delle sequenze spaziali. È il livello che governa ciò che si vede e quando lo si vede;
- Strato performativo: definizione del suolo e della sezione – pendenze, drenaggi, rugosità, comfort di marcia – intesi come condizioni concrete dell’esperienza fisica;
- Strato territoriale: il paesaggio come rete continua di superfici, connessioni e tempi, secondo una logica che integra costruito e spazio aperto in un unico sistema.
Ne deriva un metodo replicabile: si cammina per raccogliere dati percettivi, si ordina l’esperienza in sequenze, si verifica la leggibilità dello spazio e, infine, si traduce tutto in elaborati chiari.
Il progetto non deve descrivere solo ciò che verrà costruito, ma deve anche anticipare come verrà percepito e vissuto nel tempo.
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Conclusioni
Assumere la percezione del paesaggio come parte integrante del progetto significa pensare all’architettura non come un ambito isolato, ma come un dispositivo spaziale che agisce nel tempo e nello spazio vissuto.
Camminare, osservare e misurare l’esperienza reale dei luoghi consente di comprendere come movimenti, sguardi e comportamenti siano già inscritti nella struttura dell’ambiente. La qualità di un intervento non risiede solo nella forma, ma nella coerenza tra sequenza percettiva, leggibilità e uso quotidiano.
Integrare questi livelli nel processo progettuale permette all’architettura di dialogare con il paesaggio che la circonda, producendo spazi più idonei e costruzioni capaci di funzionare nel tempo, perché fondate sull’esperienza concreta di chi le attraversa.
L’autore della foto di copertina è Chiya Li su Depositphotos.com