Sydney Opera House, una storia indimenticabile
Inaugurato nel 1973, questo teatro dell'opera così riconoscibile è il frutto di litigi, ripensamenti e soluzioni davvero innovative
Meme, ironie di ogni tipo e un soprannome ancora oggi molto popolare a distanza di oltre mezzo secolo dall’inaugurazione. Non si può certo dire che la Sydney Opera House, l’avveniristico e particolarissimo teatro dell’opera della città australiana, non abbia attirato i riflettori su di sé fin dal primo momento. Ed è proprio il soprannome, buffo ma comunque affettuoso, che descrive questo edificio come meglio non si potrebbe. “Nuns in a scrum”, letteralmente “Suore impegnate in una mischia rugbistica”, strappa di sicuro un sorriso ma rende bene l’idea di quello che è questo progetto architettonico. Patrimonio dell’umanità da quasi 20 anni, considerato una delle sette nuove meraviglie del mondo, il percorso che ha portato alla costruzione è stato lungo, tortuoso, ma al tempo stesso affascinante.
La scelta progettuale ricadde su un architetto danese, Jørn Utzon, vincitore del concorso nel 1957 e affiancato nei calcoli strutturali da una società ingegneristica inglese, Arup. A completare il tutto, però, ci pensarono altri tre architetti, Peter Hall, David Littlemore e Lionel Todd, dopo che il collega scandinavo si era visto costretto a mettere da parte il suo lavoro nel 1966 per problemi sorti con la committenza.
Alcuni numeri e caratteristiche spiegano meglio il tipo di progetto. Il teatro dell’opera doveva prevedere una sala capace di ospitare 3mila persone e un’altra più piccola destinata a 1.200 spettatori. Le linee guida indicate dal committente furono sostanzialmente tre: tempistiche, costi economici e qualità. Non furono comunque fornite indicazioni specifiche per quel che riguarda i primi due aspetti, mentre dalla qualità ci si aspettava parecchio. Tutto questo nonostante fosse stata lasciata una completa libertà dal punto di vista progettuale. Sempre a proposito dei costi, il totale superò i 100 milioni di dollari, anche se in origine si era parlato di una cifra decisamente inferiore, 7 milioni per la precisione. Le fasi di costruzione furono sostanzialmente tre, ognuna da approfondire nel dettaglio.

Per gentile concessione: Powerhouse Collection. Gift of the Sydney Opera House Trust, Dennis Wolanski Library, 1978. Photograph Marinco Kojdanovski.
Fonte: https://collection.powerhouse.com.au/object/211598
Prima fase (1959-1963)
Per lasciare spazio alla futura Sydney Opera House fu necessario demolire il deposito dei tram di Fort Macquarie. La prima fase della progettazione architettonica divenne l’occasione per la costruzione del podio superiore del teatro. Per Utzon non fu un avvio semplice: non aveva ancora terminato i disegni definitivi del suo progetto che già si ponevano delle questioni strutturali. Fu la fase più complessa perché proprio questo stallo contribuì a far accumulare un ritardo di 47 settimane, soprattutto a causa del maltempo. Il podio divenne comunque realtà nel febbraio del 1963, peccato non ci fossero grandi margini per cantare vittoria. In particolare, l’avvio anticipato dei lavori, su pressione insistente del governo australiano, comportò un inconveniente che poi si sarebbe riflettuto sul resto delle progettazioni. In effetti i pilastri del podio non risultarono robusti a sufficienza per sostenere la struttura del tetto, ragione per cui fu praticamente obbligatorio ricostruire dall’inizio questi elementi architettonici.
Seconda fase (1963-1967)
Nel quinquennio in esame, Utzon si concentrò anzitutto sulle volte che, nel progetto vincitore del concorso, avevano una geometria non meglio definita. L’idea fu quindi quella di svilupparle come se fossero delle parabole sostenute da nervature in calcestruzzo prefabbricato. La realizzazione di qualsiasi elemento prefabbricato, però, si rivelò rischioso perché avrebbe comportato un aggravio ulteriore dei costi. Il team guidato dall’architetto danese, allora, sviluppò la bellezza di 12 diverse configurazioni per quelle che sarebbero diventate le riconoscibilissime volte della Sydney Opera House. Parabole, nervature circolari, nervature dalla forma ellisoidale, non venne scartato preventivamente proprio nulla per scovare la miglior soluzione praticabile dal punto di vista economico. Poi si arrivò alla scelta definitiva con le sezioni prefabbricate in calcestruzzo della copertura. Tra l’altro, queste volte richiesero l’utilizzo del computer per l’analisi strutturale. Fu uno dei primi impieghi in assoluto in ambito architettonico di questa tecnologia che poi tornò utile anche in fase di montaggio degli archi.

Uno spaccato dettagliato della Sydney Opera House. L’autore dell’immagine è Stephen Biesty (tratta dal libro “The Story of Buildings” di Patrick Dillon)
Un lavoro non indifferente fu quello del posizionamento dei perni sugli archi. Questa attività, infatti, nella prima fase di progettazione del podio impegnava il team tutti i giorni, con i dati raccolti e poi inseriti nel computer. In questa maniera era possibile correggere gli errori delle 24 ore precedenti, fino al calcolo corretto della posizione. L’intuizione giusta ebbe un momento ben preciso: verso la metà del 1961 si capì come le volte avrebbero dovuto avere una forma peculiare, vale a dire come se fossero le porzioni di una sfera. In questo modo sarebbe stato possibile ricavare archi di lunghezze differenti da uno stesso stampo, allineando poi i segmenti identici di arco per formare la sfera definitiva.
Come svelato dai documenti ufficiali relativi alla progettazione, Utzon pensò di creare tutte le volte caratterizzandole con una curvatura uniforme e in tutte e due le direzioni. Grazie ai test della struttura del tetto condotti nelle gallerie del vento, si aggiunsero altre informazioni preziose. Il team capì qual era l’effettiva distribuzione della pressione del vento sulla copertura in caso di raffiche piuttosto intense, un dettaglio utile per creare le tegole giuste e progettare i sistemi per il fissaggio.
Terza fase: (1967-1973)
Gli ultimi sei anni del progetto della Sydney Opera House sono senza dubbio i più complessi in assoluto. Utzon decise di trasferire il suo studio di architettura direttamente nella stessa Sydney, un’accortezza che però non fu di buon auspicio. Nel 1965, infatti, il cambio di governo portò l’architetto danese a scontrarsi con il Ministero dei Lavori Pubblici che criticò apertamente il progetto. Le dimissioni furono quindi inevitabili nel 1966, con conseguenti modifiche alle idee inizialmente messe nero su bianco. Anzitutto la sala principale, originariamente concepita come spazio polivalente per opere e concerti, diventò soltanto una sala da concerto.
La sala “minore” fu invece adattata a opere liriche e balletti, tanto da essere ribattezzata “Joan Sutherland Theatre” in onore del celebre soprano. Altri cambiamenti riguardarono la pavimentazione e la costruzione delle pareti in vetro. In quest’ultimo caso, in particolare, Utzon aveva pensato a un sistema di prefabbricati in compensato, scelta subito messa da parte. Uno dei principali interventi dell’esecutivo australiano consistette nella modifica dei requisiti peculiari del progetto, cioè si passò da due a quattro sale. Un raddoppio del genere significava apportare cambiamenti ai piani e ai disegni in corso d’opera, ma i lavori proseguirono nonostante le difficoltà evidenti. Tra gli ostacoli più insidiosi ci fu il comportamento dello stesso Utzon. In effetti una volta abbandonato l’incarico, non lasciò alcun disegno o indicazione sui lavori da effettuare. L’architetto danese era infatti convinto che il nuovo team australiano avrebbe presto fallito e che lui sarebbe stato richiamato. Non avvenne nulla di tutto questo, anzi si approntarono nuovi progetti che ricalcavano quelli preesistenti.
Il risultato finale fu la struttura come la conosciamo oggi. Il design è moderno e di impronta espressionista.

L’intero edificio occupa quasi 2 ettari di terreno e una dimensioni di 183 metri in lunghezza e 120 metri in larghezza. I pali di fondazione di cemento armato sono 588, ognuno dei quali raggiunge i 25 metri sotto il livello del mare. Per quel che riguarda invece l’altezza massima, si sta parlando di 67 metri sul livello del mare, come se si trattasse di un palazzo di ben 22 piani.
Le sezioni prefabbricate in calcestruzzo della copertura sono 2.194 e ognuna di esse arriva a pesare 15 tonnellate. Per l’inaugurazione fu necessario attendere il 20 ottobre del 1973, alla presenza della Regina Elisabetta II. Fu un evento epocale per Sydney: la diretta televisiva, i fuochi d’artificio, l’esecuzione della Nona Sinfonia di Ludwig Van Beethoven fanno intuire quanto tutto sia stato maestoso, come il grande organo a canne posizionato all’interno (è dotato di ben 10.500 canne). Non si può parlare di un percorso semplice, ma tutti i litigi, le incomprensioni e gli ostacoli hanno lasciato spazio alle prime soddisfazioni nel giro di appena due anni. Infatti il Sydney Opera House è riuscito ampiamente a ripagarsi da solo dei costi serviti per costruirlo.

Film della costruzione della Sydney Opera House
Realizzato dalla Commonwealth Film Unit.
Questo cortometraggio è stato prodotto nel 1972 con filmati storici della Sydney Opera House, incluse immagini della sua complessa costruzione e del precedente utilizzo del sito come deposito dei tram.
Fonte: https://www.nfsa.gov.au/
https://www.youtube.com/watch?v=YlSSl5CjGs8
La foto di copertina è una veduta frontale della Sydney Opera House. L’autore della fotografia è David Franklin su Depositphotos.com